venerdì 11 dicembre 2015

In cammino con Mondoapiedi



Il gruppo Mondoapiedi – costituito da una decina di camminatori abbigliati in maniera più o meno pittoresca – parte dal rifugio del Lupo Bianco per salire al Col Rodella. Impongo un ritmo tranquillo, tra foto di gruppo e soste per bere, ma nonostante questo qualcuno è già in debito d’ossigeno; però arrivano tutti senza problemi al rifugio Salei e si concedono una birra, un bicchiere di vino e una cioccolata. 


I più decisi decidono di tentare l’ascesa al Rifugio Demetz, che brilla al sole incastonato nella forcella del Sassolungo. Ci avventuriamo nella Città dei Sassi, un percorso costituito da enormi massi di dolomia franati dal Sassolungo; non è facile trovare la via e le giornate sono ormai brevi così, dopo un veloce picnic appoggiati alla roccia come lucertole, decidiamo di puntare verso il rifugio Des Alpes dove ci riuniamo agli sciatori per un aprés-ski a 2400 metri di quota.









Il giorno successivo il gruppo si allarga e ben 15 camminatori si inoltrano in Val Jumela; la sera precedente si sono fatti bagordi e ore piccole e l’orario di partenza ne risente. Il gruppo annovera la presenza di Capitan Caiola dotato di orpelli quali una cassa per la musica in pieno stile Mondovela Fun e due noci di cocco (sicuramente autoctone della Val di Fassa).



Ci avventuriamo per pratoni sopra Pozza e poi in un ripido bosco fino a ricongiungerci con la mulattiera. Dopo un paio d’ore di cammino arriviamo all’Alpe Jumela di Sotto e il gruppo reclama a gran voce il picnic. Capisco che per oggi ho chiesto il massimo e lascio che i ragazzi si adagino sul prato tra chiacchiere e panini allo speck. Alle 2 ricompongo il gruppo e ci avviamo verso valle: la discesa, grazie alla forza di gravità, si rivela assai più veloce di quanto previsto e alle 3 siamo già con i piedi sotto il tavolo a bere birra e a parlare di avventure barcarole.



Il terzo giorno si dev’essere diffusa la voce che camminare rassoda i glutei e il gruppo conta ben 20 camminatori. È la gita più bella, da Muncion saliamo lungo la carrozzabile della Val Vaiolet tra imponenti bastioni di roccia e sotto un cielo molto blu.





Dopo 1 ora siamo al rifugio Stella Alpina e il gruppo si divide; i più stanchi si fermano a mangiar canederli, i duri proseguono per il rifugio Vaiolet appollaiato su un bastione di roccia che domina la valle.


Il sentiero, soprattutto nell’ultima mezzora, è ripido ma lo sforzo viene ripagato all’arrivo: uno scenario lunare, selvaggio, in cui domina l’assoluto, il silenzio, la vicinanza col cielo. Ci sediamo al sole per goderci il picnic prima di intraprendere la discesa che ci porterà prima al rifugio (e alla meritata birra) e poi alle macchina. Un’altra gloriosa giornata di cammino. 

                           

giovedì 10 dicembre 2015

Esplorando le Dolomiti


Il ponte dell’Immacolata (o di Sant’Ambroeus, come si dice a Milano) è da sempre l’occasione per aprire la stagione dello sci; quest’anno, a causa della carenza di neve, è stata l’occasione per prolungare la stagione dell’escursionismo in montagna. Mondovela ha organizzato un gruppo di una quarantina di persone, equamente divisi tra sciatori e camminatori, e a me tocca il compito di condurre la parte escursionistica.
Ho preso i miei compagni più cari – pedule, zaino e bastoncini – e sono partito per Canazei, in Val di Fassa, ai piedi dello splendido Gruppo del Sella. La Val di Fassa è una delle 5 valli che costituiscono la Ladinia, la regione di lingua ladina, la cui bandiera verde-bianco-azzurra simboleggia i prati, la neve e il cielo.



A parte la neve, che mancava quasi completamente tranne per qualche lingua bianca di polvere sparata, i prati erano verdi e il cielo azzurro. Praticamente un’iniezione di ossigeno.
I primi due giorni sono stati l’occasione di effettuare sopralluoghi, cercare sentieri, trovare pianori al sole…insomma fare quello che più mi piace: esplorare.


La prima mattina parto dall’albergo in una Canazei deserta, in attesa dell’arrivo delle orde di turisti, alla volta del Col Rodella, oltre 1000 metri più su, alle pendici del Sassolungo e del Sassopiatto. Il clima a 1500 metri è insolitamente mite per la stagione: è dicembre ma sembra metà ottobre. A metà salita, uscito dal bosco, rimango in maglietta e ascendo verso la vetta; improvvisamente mi si apre la stupefacente visione del Sassolungo che si staglia contro il cielo blu.


Finalmente arrivo al Col Rodella e inizio la discesa verso il rifugio del Lupo Bianco e da qui, per un accidentato sentiero nel bosco, scendo ad Alba. Il primo giorno mi ha regalato visioni meravigliose sul Gruppo del Sella, dove si aggirano solo i corvi e i parapendii.


Il secondo giorno scendo in auto a Pozza di Fassa e mi addentro nelle stradine del vecchio borgo, tra case in legno che nascondono silenzi e ricordi di tempi passati, della montagna di una volta. L’atmosfera è silente, ovattata, quasi nessuno in giro, solo una vecchietta che mi racconta della Ladinia e mi indirizza verso il sentiero che sale in val Jumela, un solco sperduto che raggiunge la Sela da Brunech, tra alpeggi chiusi e malghe serrate.



Dopo 3 ore sono alla sella e anche qua mi si apre una visione spettacolare: la parte sud della Marmolada, la Regina delle Dolomiti.


È sconcertante la totale mancanza di neve in questa stagione ma il tutto è compensato dall’aria tiepida e dal sole che scalda. Dopo aver mangiato il mio panino con speck e formaggio della Val di Fassa scendo a bordo della pista deserta fino al rifugio Ciampac che solitamente è preso d’assalto dagli sciatori e invece oggi è praticamente deserto. Chiacchiero con l’addetto della funivia che mi instrada su un erto sentiero in discesa che mi porta ad Alba.


Finalmente arrivano le persone dopo ore di viaggio su autostrade congestionate; inizio a familiarizzare con il gruppo che camminerà con me e a indagare il loro livello di preparazione atletica e l’abitudine a camminare in montagna. 







lunedì 16 novembre 2015

Due giorni sulla Via Francigena






Un novembre così non si vedeva da tanto: caldo, asciutto, il cielo smaltato d’azzurro. C’è molta voglia di camminare, di godersi gli ultimi scampoli di tepore prima dell’inverno. Con Mondovela organizziamo un fine settimana sull’Appennino parmense per scoprire la Via Francigena, l’antico percorso dei pellegrini romei. Io sono la guida e con me c’è un gruppo di tre bresciani, Francesca, Alice e Davide, un bergamasco, Kevin, e una cubana trapiantata a Brescia da molti anni, Yoli. Non conoscendo il livello dei camminatori costruisco un percorso tranquillo ma molto scenografico nel tratto che da Berceto attraverso il passo della Cisa conduce a Pontremoli, avamposto della Toscana.



Ci troviamo di primo mattino a Berceto, piccolo paese a 800 metri di quota; all’ingresso del paese un cartello recita “Il paese di montagna più vicino al mare”. Visitiamo la splendida pieve romanica e conduco i ragazzi a vedere il Santo Graal, un semplice ma affascinante calice di vetro del VII secolo che, secondo la leggenda, raccolse il sangue di Cristo e fu poi portato attraverso mille vicissitudini in Europa dove trovò collocazione a Berceto.
Terminata la visita riprendiamo l’auto e percorriamo una decina di chilometri fino all’ostello della Cisa dove inizia la camminata vera e propria. Scarichiamo gli zaini, prepariamo il picnic, riempiamo le borracce d’acqua fresca e siamo pronti a partire. Saliamo subito nel bosco fino a raggiungere il Monte Valoria, la cresta che fa da spartiacque tra Emilia e Toscana: il paesaggio è splendido, a nord in lontananza si scorgono le prealpi, a sud la valle del Magra si dipana ai nostri piedi. Un vento caldo ci investe appena superata la sella e ci invoglia a spiegare le vele…peccato che siamo a 1200 metri di quota e il mare non si veda.

 


Perdiamo un po’ di quota fino al passo dove ci godiamo il picnic addossati alla suggestiva chiesetta della Madonna della Guardia. Qui è posizionata la Porta Toscana della Francigena, un arco di legno che segna l’entrata nella regione. Dopo una pausa che si protrae un po’ più del necessario, scaldati dal sole e rinfrancati da una bottiglia di vino dei colli parmensi, riprendiamo il cammino in discesa verso la nostra prima meta, il borgo di Previdè.



Il sentiero corre sinuoso attraversando piccoli borghi di case in pietra e boschi di faggi e querce; a un certo momento, a pochi metri dal gruppo, sento un rumore tra i cespugli, allungo lo sguardo e scorgo un cinghiale che fugge attraverso le frasche, probabilmente spaventato dal nostro chiacchiericcio. La marcia prosegue tranquilla fino al calar del sole finché arriviamo al torrente Civasola; qui il ponte che lo attraversava è stato spazzato via da una piena la scorsa primavera e un tronco è stato posto trasversalmente per consentire il passaggio. Mentre Francesca e io optiamo per toglierci calze e scarpe e guadare il corso d’acqua, altri decidono di cimentarsi in arditi giochi d’equilibrio sul tronco umido e scivoloso: ne fa le spese Davide che scivola e finisce con un piede nell’acqua gelida…poco male perché il bed&breakfast è a pochi minuti di cammino.



È ormai il crepuscolo quando veniamo accolti da Marco e Marzia che ci fanno accomodare nel loro rifugio splendidamente arredato, l’Eremo Gioioso, e ci riempiono di attenzioni e di calore umano. Tempo di una doccia calda ed è ora della cena a base di testaroli al pesto, salumi toscani, lardo, formaggi stagionati e dolci. Complice il vino rosso gli animi si allietano e si rilassano; a fine serata siamo tutti stanchi ma incredibilmente soddisfati dei 15 chilometri percorsi.


La mattina ci accoglie uno splendido sole e un cielo limpido; ripartiamo e dopo pochi minuti di cammino giungiamo al ponte medievale di Groppodalosio. Scendiamo al torrente per ammirare l’ardita volta in pietra che si staglia venti metri sopra l’impetuoso Magra. Da qui comincia una lunga salita in un bosco di castagni dove sono appostati decine di cacciatori in attesa dei cinghiali; con un po’ di apprensione e in un silenzio surreale, rotto solamente dall’eco degli spari, proseguiamo il cammino fino alla chiesetta al passo della Crocetta, al culmine della salita. Qui ci concediamo il meritato pranzo e l’ancora più meritata siesta al sole.



Alle due sono costretto a richiamare all’ordine il gruppo che avrebbe continuato volentieri la pennichella e li guido lungo la discesa verso la nostra méta. Dopo aver attraversato il piccolo borgo di Arzegno giungiamo finalmente a Pontremoli, definita da Federico II “clavis et ianuae Tusciae”, chiave e porta della Toscana, la città costruita all’unione del Magra e del Verde e arricchita da solidi ponti medievali e fastosi palazzi barocchi. L’atmosfera, domenica pomeriggio al tramonto, è un po’ tetra e silenziosa ma il borgo ci conquista. Dopo una puntata all’Antico Caffè degli Svizzeri per gustare l’Amor, il tipico dolce pontremolese, una cialda ripiena di crema, siamo pronti per tornare a casa.
Negli occhi abbiamo gli splendidi colori del foliage autunnale, nelle gambe i 14 chilometri percorsi oggi, nell’anima la soddisfazione di aver camminato e goduto di splendidi paesaggi e della compagnia degli amici.











(Powered by Mondoapiedi)

venerdì 16 ottobre 2015

Boschi e boschetti

Oggi mi sono reso conto di avere una cotta incredibile per il Ministro (o la Ministra) Maria Elena Boschi.
Qualcuno dice un po' culona...machissenefrega. Ha un bel sorriso



E poi ho visto un video che mi fa morire. Il suo labiale in risposta al deputato M5S che la accusava di collusione con la massoneria.
"Massone lo dici a tua sorella".
Ma sei una grande!
E poi come scuote la testa e sbatte gli occhi.

Ooooooh, you're so sexy.



E poi intelligente: 100/100 alla maturità classica, laurea in giurisprudenza, master in diritto societario (fonte: Wikipedia)

lunedì 20 luglio 2015

Sulla cima del M'Goun (4067 m)

video

Panoramica a 360° dalla cima del M'Goun (devo ricordarmi di fare i video in verticale)

lunedì 29 giugno 2015

Dalle stelle alle stalle

I miei piani erano di andare a Imlil e provare l’ascesa al Toubkal, la montagna più alta del Nordafrica; avevo pianificato tutto: grand-taxi fino a Imlil, oppure bus fino ad Asni e poi taxi. Peccato che non ci siano bus fino ad Asni – almeno così mi han detto alla gare routiére – e i taxi costano un botto: 600 Dirham il primo prezzo, 400 l’ultimo. Io ero disposto ad arrivare fino a 200 ma quando è troppo è troppo.
La sfortuna di viaggiare da solo alle volte.
Dopo un frenetico ping pong tra la stazione dei bus e quella dei taxi, con lo zaino, sotto un sole cocente, facendo lo slalom tra motocarrozzelle, bambini, carretti, mendicanti, venditori di frutta, indovini, spacciatori d’hashish, procacciatori d’affari, donne velate, individui barbuti e tutto il grande circo, mi do per vinto.




D’altra parte lo diceva anche Mick Jagger: “You can’t always get what you want”. Impara, Stefano, impara.
Cambio meta e compro un biglietto per Essaouira, vado a respirare l’oceano e a riempirmi gli occhi d’infinito.



Mi è capitato tante volte di vedere i camion con le persone sul tetto ma un camion con le mucche sul tetto mai. Mucche vive che brucano. Sto sognando, ho fumato qualcosa? No, è tutto dannatamente vero. Se si ribalta fanno il contrario degli accumulatori: disperdimucche. Ok, ok, la smetto, ma non è mia questa, è di Groucho.
Appena arrivato a Essaouira e sceso dal bus vengo intercettato da Ahmed (che fantasia coi nomi) che mi propone un albergo; è l’una, il sole è a picco e non ho voglia di sbattermi a cercare per conto mio così decido di lasciarmi guidare dall’onda lunga della fiducia nell’essere umano. Ahmed mi conduce nella medina, in un piccolo albergo che fa al caso mio; per 100 Dirham a notte mi installo in una piccola ma confortevole camera al secondo piano.
Essaouira mi ricorda Alghero: città fortificata dal colore bianco e azzurro, rivolta a ovest verso il mare aperto, con un porto fiorente, crocevia di culture e commercio, intreccio di storie e popoli e dal sapore un po’ catalano, soprattutto per la quantità spropositata di magliette del Barça che si vedono in giro.



Passo il pomeriggio in spiaggia a guardare i ragazzini che giocano a pallone, molti di loro hanno magliette dell’Italia; l’impressione è che il nostro paese sia molto più amato della Francia, loro antico colonizzatore.




Tento un bagno nell’Oceano Atlantico ma mi scoraggio in fretta: l’acqua e marrone, limacciosa e fredda. Siamo solo all’inizio dell’estate, ci saranno altre occasioni in mari più belli.

sabato 27 giugno 2015

Fermo lì, petit taxì

Sveglia presto e attesa del taxi collettivo che mi riporterà ad Azilal e poi da lì chissà dove; ci mette circa un’ora per raccogliere tutta la gente del villaggio: l’autista ogni volta che incrocia un altro veicolo si ferma e inizia uno scambio di battute i berbero stretto, per me assolutamente incomprensibile se non per le ultime due parole, waha “d’accordo” e jalla “andiamo”. Il contachilometri è rotto in compenso la radio funziona benissimo e l’autista spara a tutto volume la preghiera coranica per due ore; io prego di arrivare intero, visto come guida, ma soprattutto di arrivare in fretta perché le mie orecchie non ce la fanno più. È come se noi ascoltassimo Radio Maria per due ore di fila: c’è da uscirne pazzi.
Finalmente arriviamo alla stazione dei bus di Azilal dove ritrovo Hassan, il capo bigliettaio; gli chiedo indicazioni per andare alle cascate di Ouzoud, la principale attrattiva della zona. Mi indirizza verso la stazione dei petit taxi, un fenomeno tipicamente marocchino: un’auto – quasi sempre una berlina Mercedes con almeno 200.000 chilometri – viene riempita, anzi stipata, con sei persone, oltre all’autista. Ovviamente non parte finchè non è piena ma io sono abbastanza fortunato perché si riempie in mezzora; in quel lasso di tempo ho modo di osservare le dinamiche d’acquisto dei biglietti: il bigliettaio è seduto a un tavolo chiuso per tre quarti da un passamano in ferro attorno a cui si accalcano le persone senza un ordine, che urlano la propria destinazione e gli porgono i soldi che lui incassa e pone sotto delle mattonella di metallo – immagino che ognuna di esse rappresenti una destinazione. Una volta completato il carico si viene magicamente indirizzati verso l’auto giusta. Il bigliettaio è coadiuvato da aiutanti che urlano, come i bagarini fuori dalla stadio, nomi di località sconosciute.
Finalmente arriva il mio turno, vengo indirizzato verso una Mercedes color panna acida e strizzato tra il finestrino e tre robusti signori; la maniglia della portiera è tenuta insieme con il fil di ferro, manca la manopola per abbassare il finestrino, il tachimetro è rotto ma in compenso abbondano i sacchetti per il vomito. Di fianco all’autista sono seduti nonna e nipotino; il ragazzino dopo dieci minuti chiede gentilmente un sacchetto e fa quello che deve tra l’imperturbabilità completa di tutti. Anzi qualcuno gli dà pure una pacca d’incoraggiamento sulla spalla.
L’autista deve aver gareggiato in F1 nella vita precedente; è vero che il tachimetro non funziona ma lui affronta le curve a velocità smodata, superando camion, inchiodando e schivando muli carichi, parlando al telefonino e spesso girandosi a parlare con gli altri o a guardare il panorama.
Arriviamo a Ouzoud, località abbastanza turistica, dove un piccolo torrente precipita per oltre 30 metri dando luogo a splendide cascate. 



La discesa verso il basso è un passaggio infernale tra ristoranti, bar e venditori di chincaglierie. Non è proprio il mio genere e medito di scappare appena possibile: cerco di imbarcarmi clandestinamente su un bus turistico in direzione Marrakech ma senza successo così non mi resta che prendere un altro petit taxi che mi riporti ad Azilal. Peccato che sono le tre del pomeriggio, fa un caldo atroce e non ci siano molti viaggiatori; mi accomodo all’ombra di un ulivo in attesa dei miei prossimi compagni di viaggio. Finalmente, a poco a poco, troviamo gli altri cinque disperati che si pigiano in taxi con me e partiamo. Ritorno ad Azilal, scendo alla stazione dei bus, mi informo sul prossimo bus per Marrakech ma con mio grande disappunto il primo sarà domattina.
Ok, no panic.
Nemmeno il tempo di riflettere su cosa fare che un tizio mi si avvicina in maniera concitata e mi fa: “Marrakech?”.
“Oui”.
“Vite, vite, viens avec moi…petit taxi”.
Non ci posso credere, ho avuto la botta di culo che una famiglia di 5 persone stesse cercando il sesto. Mi riaccomodo sulla Mercedes in compagnia di due manovali e delle rispettive mogli, tutte adeguatamente velate.


Io sono nel posto del morto, tra l’autista e il passeggero, con lo specchietto retrovisore a breve distanza dal lobo frontale. Se inchioda sono con la testa nel vetro e ogni volta che cambia marcia mi fa un massaggio alle chiappe; dopo mezzora ho una paresi alla gamba sinistra, innaturalmente piegata sull’altra. L’unico che bofonchia due parole di francese è il mio vicino perciò la conversazione langue; in compenso mi offrono qualsiasi tipo di cibarie e coca cola a non finire. Loro parlano concitatamente, a toni altissimi e tutti insieme, compreso l’autista, per cui a me non rimane altro che guardare la strada e pregare di non fare incidenti. Finalmente arriviamo a Marrakech, alla stazione dei bus, dove cerco un taxi locale che mi porti a Jemaa el Fna: mi han detto che una corsa dovrebbe costare tra i 7 e i 10 Dirham, il taxista me ne chiede 30 e inizia una contrattazione feroce che si chiude a 15 (1,50 euro). Che pacchia il Marocco.
Mangio un’ottima grigliata di agnello in piazza e mi dirigo all’Equity Point dove, oltre a trovare da dormire, mi rendo conto che hanno tolto l’ora legale da due giorni: ieri poco male che tanto ero in montagna ma oggi…è anche vero che qua gli orari sono relativi, bus e taxi partono quando si riempiono. Ora riposo e faccio i piani per domani.


venerdì 26 giugno 2015

Ritorno alla civiltà

Dormo male, freddo e umidità mi penetrano nelle ossa; nonostante tutto sono un homo metropolitanus e le notti in tenda – per quanto lascino in bocca il sapore di avventura – sono provanti. Mi sveglio intirizzito alle 6 e mi dirigo al rifugio: Mohammed mi accoglie con un largo sorriso, dice che era preoccupato per me, che ci potessero essere dei ladri o che qualcuno mi importunasse. Lo ringrazio per la sollecitudine, anche se tardiva, e rimarco il fatto di non essermi mai sentito minimamente minacciato da uomini o animali. Anzi, benché fossi sperduto in un cantuccio nascosto in una valle sperduta dell’Atlante marocchino, ho sempre avuto la sensazione di sicurezza, come se qualcosa o qualcuno mi proteggesse. Chiamatela fortuna che aiuta gli audaci, angelo custode o buona stella.
Una rapida colazione e ripartiamo; camminiamo fino a Tighramt (Kasbah in berbero) Aithmad, un’imponente costruzione abbandonata e mezza crollata, adagiata in un cono d’ombra, protetta dalla vivida luce del mattino.


Dobbiamo guadare nuovamente lo wadi gelato e mentre io decido di togliere scarpe e calze e dare sollievo ai miei piedi, Mohammed entra nel torrente con le scarpe…mah, usanze berbere, evidentemente.
Ci inoltriamo in una valle laterale e saliamo per un paio d’ore; Mohammed si sta riavvicinando a casa: lo capisco dal fatto che ha accelerato il passo e che saluta le poche persone che incontriamo, tra cui un pittoresco uomo che scende la valle a dorso di mulo, agghindato come un principe berbero – scarpe da ginnastica a parte.
La salita procede tra rocce frastagliate e imponenti fino a un valico che si affaccia sulla Vallée Heureuse, scendiamo veloci fino a incontrare Moustafà che ci ha preceduto, sempre accompagnato dal suo fedele mulo senza nome, per preparare il tè e il pranzo.


La mattina di cammino e una chiacchierata con Mohammed mi hanno permesso di mettere a fuoco alcuni concetti; uno di questi – forse il più importante – è “Non importa quello che hai ma quello che sei e soprattutto quello che sai”. Quello che hai lo puoi perdere, ti può venire rubato , si può rovinare ma quello che sei lo sarai sempre, in tutto o in parte e difficilmente lo potrai perdere. Quello che sai sarà tuo per sempre e definisce quello che sei. Ok, sembra una frase da cazzo di bacio Perugina ma è così.
Dopo pranzo salutiamo Moustafà che riporta il mulo al suo padrone; gli do un piccolo pourboire - da non confondersi col bakshish – una mancia, dopo che Mohammed mi ha detto che per questi cinque giorni di sbattimenti e notti al freddo si porta a casa solamente 300 Dirham (30 euro). Ciao Moustafà, abbiamo parlato poco ma ci siamo sempre capiti.
Mohammed e io riprendiamo a camminare sotto il sole cocente delle due del pomeriggio; avvicinandoci a Tabant incontriamo sempre più gente: noto la differenza tra le donne della Vallée des Roses, vestire interamente di nero, e quelle della Vallée Heureuse, abbigliate con colori sgargianti. Arriviamo al Gite da cui siamo partiti e ci accoglie Housayn che funge da coordinatore delle guide della valle. Mentre Mohammed ha un sorriso aperto e lo sguardo franco, Housayn è un po’ ambiguo, guarda di sottecchi, sembra che mi studi; il suo scrutarmi mi mette un po’ a disagio, ha qualcosa di furbesco col suo cappello consunto e sfilacciato, gli occhialini dalle lenti un po’ scure – sembra Gary Oldman in Dracula – i denti storti e un po’ cariati tra cui spiccano i due incisivi. Assomiglia alla volpe di Pinocchio o a qualche vecchio impresario teatrale, navigato e un po’ calcolatore. Tra me e me ho sempre l’impressione che mi stia chiedendo dei soldi.
Gli unici clienti della casa berbera sono due ragazzi inglesi di Manchester venuti per fare un paio di giorni di trekking in valle; sono in Marocco da una settimana e ne passeranno altre tre. Lei ha in programma di fare un semestre all’Accademia di Belle Arti a Venezia. Dopo una doccia rintemprante parto alla scoperta di Tabant, il capoluogo della valle, lungo un sentiero tra alberi da frutto e campi coltivati a grano e orzo. Il paese si rivela un villaggio squallido e polveroso, costituito da un’unica strada sterrata che lo attraversa, tra piccole botteghe che vendono chincaglieria, alimentari e bombole a gas, uno degli articoli più diffusi visto che la fornitura diretta non sembra essere arrivata in valle.
Ritorno in hotel e attendo la cena, il solito tajin di verdure con coscia di pollo: inizia e essere un po’ monotono ma mi sazia e tanto basta. Chiacchiero con Housayn che si rivela una persona interessante, parla anzi filosofeggia di ricchezza e povertà, dare e avere, vita e morte. Mi racconta che un giorno ad Azilal, nello stesso giorno, sono morti il più povero e il più ricco della città. Nonostante la differenza di ceto entrambi hanno avuto la stessa cerimonia, i corpi lavati avvolti in sudari bianchi e la preghiera dell’imam. Tanto simili nella morte quanto erano stati dissimili in vita. Mi ricorda “ ‘A livella” di Totò: la morte pareggia tutto.

Poi mi racconta di com’è difficile la vita in valle, a gennaio e febbraio, con mezzo metro di neve, e i bambini che escono la mattina con i sandali a – 10°. Durante un viaggio in Francia alcuni anni fa ha conosciuto un francese, pilota militare, che ogni anno porta vecchi vestiti per la popolazione della valle; il primo anno ne ha portati 100 chili, l’anno scorso 1000.     

mercoledì 24 giugno 2015

In mezzo scorre il fiume

Stanotte ho dormito veramente male a causa di alcuni sassolini sotto il mio sacco a pelo e di alcuni tarli nella mia testa. La solitudine ingigantisce i pensieri, sia positivi che negativi. Fortunatamente la luce del mattino ha risolto tutto.
Partiamo con calma seguendo lo wadi (torrente) M’Goun nella splendida valle che ha scavato nei secoli, dando vita a formazioni rocciose che si ergono imponenti verso il cielo; non incontriamo nessuno se non nomadi spersi, soprattutto bambini – piccoli ma con gli occhi grandi – che sembrano quasi intimiditi dalla mia presenza. 


Camminiamo per circa 4 ore fino a giungere alla confluenza di due fiumi dove sorge un rifugio abbandonato: dopo tre notti all’addiaccio finalmente Mohammed e Moustafà dormiranno al chiuso. 


Il vecchio rifugio è chiuso e abbandonato, è stato distrutto dai nomadi che l’hanno usato come riparo di fortuna durante le migrazioni invernali dal deserto quando, sorpresi dalle tempeste di neve, vi si sono rifugiati con bambini e animali.
Il rifugio è di proprietà dello Stato e dipende dalla provincia di Ouarzazat; peccato che per arrivarci dal capoluogo si debbano percorrere 70 chilometri in auto e due giorni a piedi. È difficile che la provincia se ne prenda cura.
Mentre i miei amici berberi si accampano e si riposano io monto la tenda su un prato vicino al torrente, a pochi metri sopra di me ci sono un paio di casupole scavate nella roccia. Per il resto nulla, solo montagne intorno a me.



Il pomeriggio passa tranquillo immerso nella lettura de “I pilastri della terra”, mirabile saga medievale, e nella contemplazione del paesaggio. Non sembra di essere in Africa, almeno non nell’Africa stereotipata che abbiamo in mente; notti fredde e stellate, tempeste di neve: non è vero che l’Africa è solo il continente nero e caldo.  


martedì 23 giugno 2015

Anabasi

Oggi è il gran giorno della salita a Ighil (“monte” in berbero) o Jebel (“monte” in arabo) M’Goun. Sveglia alle 5, colazione del campione, pane arabo, olio e marmellata di fragole – un “maipiùsenza”, lo devo importare in Italia – e partenza.
Sono le 5.30, è ancora buio, camminiamo con la lampada frontale; lentamente la luce si affaccia sull’altopiano, è un’alba nitida, cristallina, eterea. Il sole però non lo vederemo per un po’, ci inerpichiamo per un sentiero ripido di sfasciumi. 


Alcune chiazze di neve macchiano le pendici della montagna possente. Dopo 3 ore di sdrucciolii, scivolamenti e imprecazioni arriviamo in cresta; a sud una serie ininterrotta di catene montuose che terminano nei bastioni dell’Anti Atlante, a est la ferita profonda e verdeggiante della Valle delle Rose, a nord un mare di nuvole da cui spuntano solo le cime più alte, a ovest l’altopiano declina dolce verso il deserto. 



Seguiamo la cresta, rocciosa e ventosa per due ore e finalmente alle 10.30 siamo in cima. Penso a cosa urlerò una volta in vetta, voglio esternare tutta la mia gioia. Tutto quello che mi esce è un liberatorio “Hippyaye, figlio di puttana” (Bruce Willis docet). Ho raggiunto il mio obiettivo: il cuore scoppia di gioia, i polmoni lavorano tanto. Sono a 4067 metri.
Tira un vento da Coppa America ma nonostante tutto troviamo un cantuccio riparato e restiamo un’ora sulla cima a goderci il sole e la vista sul mondo che ci circonda.



Poi cominciamo la ripida discesa in uno scenario lunare; sembra di essere sul pianeta Tatooine di Guerre Stellari, solo che invece di essere spiati dai Sabbipodi, siamo seguiti dai nomadi che si palesano con i loro greggi di pecore nei luoghi più impensati a 3000 metri. A un certo momento Mohammed mi dice: “Lo vedi quel ragazzino?” e penso che stia scherzando; intorno a noi il nulla, ripide pareti di roccia che si sgretola. Invece aguzzando l’occhio in lontananza intravedo un apiccola figura abbarbicata alla montagna. Ci avviciniamo e scorgo una ragazzina che cammina con naturalezza indossando dei semplici mocassini su sentieri impervi dove io fatico a stare in piedi con gli scarponi da montagna.
Scendiamo lungo un torrente impetuoso, figlio dello scioglimento delle nevi del M’Goun, fino a incontrare il luogo dove Moustafà ha posizionato il bivacco; mulo e mulattiere hanno percorso un’altra strada perché l’animale non riesce a salire in vetta.



Improvvisamente mi scende la tristezza; cerco di capirne i motivi. Il primo pensiero è che ho raggiunto l’obiettivo e mi sento come svuotato, ho dato tutto in salita e ora sono vuoto, leggero.
Il secondo pensiero, più forte, è la solitudine: siamo io, una guida simpatica ma che non posso considerare amico, un mulattiere che parla solo berbero e un mulo spelacchiato. È  un sabato sera di giugno, potrei essere a Milano per aperitivi e invece sono in una sperduta valle dell’Atlante marocchino, accampato in una tenda sul greto sassoso di un torrente, a bere tè – che in comune col Mojito ha solo la menta – e mangiare per il terzo giorno di fila lenticchie, carote e patate. Meglio o peggio? Non è questo il punto, la questione è che vorrei vivere entrambe le situazioni nello stesso istante. L’eterna insoddisfazione dell’essere umano.
Un altro motivo che mi viene in mente per giustificare il mio spleen baudelairiano è la crisi d’astinenza tecnologica: da 4 giorni il telefono è spento, non controllo l’e-mail, Facebook e non ho notizie dal mondo; potrebbe essere scoppiata la terza guerra mondiale e io non lo saprei . Ma è soprattutto l’astinenza da Social Network che si fa sentire con più insistenza, non poter controllare spasmodicamente cosa ha postato Tizio o Caio.
Patologia? Probabilmente sì…e delle peggiori. Mi consolo con un libro e facendo il bucato nel torrente gelido.

Anche stasera si va a letto presto.